Leadership

Executive coaching: quando serve davvero e quando no

Capire cosa dovrebbe cambiare è spesso più facile che cambiare il proprio modo di lavorare. Ma prima va chiarito dove nasce la difficoltà.

Sabrina Selmi4 min di lettura

Una manager riceve la responsabilità di una funzione più ampia. Conosce il settore, ha risultati solidi e sa cosa dovrebbe fare: lasciare spazio ai responsabili, intervenire sulle priorità, confrontarsi con la direzione. Eppure continua a correggere documenti la sera e rimanda le conversazioni in cui dovrebbe prendere posizione. Non le manca una spiegazione della delega. Le costa rinunciare al controllo attraverso cui, fino a quel momento, si è sentita affidabile.

È in situazioni come questa che un percorso di executive coaching può essere utile. Il lavoro riguarda il modo in cui la persona esercita il ruolo: ciò che fa sotto pressione, le decisioni che evita, le relazioni che tende a gestire sempre nello stesso modo. La materia del percorso sono episodi reali, non un'idea astratta di leadership.

Il ruolo cambia, le abitudini rimangono

Una promozione a manager, un ampliamento di responsabilità o una transizione professionale possono rendere meno efficaci comportamenti che prima funzionavano. La disponibilità a risolvere qualsiasi problema diventa accentramento. Il desiderio di mantenere buone relazioni porta a evitare feedback necessari. La prudenza, davanti a interlocutori più senior, finisce per rendere poco visibile il proprio contributo.

Il coaching manageriale permette di esaminare questi passaggi con continuità: che cosa succede in una riunione difficile, quale interpretazione guida la reazione, quale comportamento diverso si può provare nel lavoro. Poi si torna su ciò che è accaduto. Un'intenzione formulata bene ha poco valore se, alla prima urgenza, la persona riprende esattamente le abitudini precedenti.

Nessun executive lavora in un sistema neutro

Un executive si muove dentro rapporti di potere, priorità che si sovrappongono, stakeholder più senior, aree di influenza informale, decisioni che non controlla e vincoli che non dipendono da lui. Un superiore che delega formalmente ma continua a intervenire nei contenuti; una funzione che per consegnare i risultati dipende da altre aree; una responsabilità formale più ampia dell'autonomia effettiva. Riportare ogni difficoltà alla persona, ignorando tutto questo, è poco utile e poco realistico.

Nel percorso il contesto non viene tenuto fuori: entra nel lavoro. Diventa il luogo in cui osservare come il manager legge ciò che accade, quali reazioni tende a ripetere, dove perde lucidità, quando evita il confronto o ricorre a leve poco efficaci. Un confronto con uno stakeholder senior che mette in discussione il ruolo, una delega che non decolla, una riunione in cui la posizione viene smentita raccontano di più di qualsiasi descrizione astratta dello stile di leadership.

Sono proprio le situazioni più difficili a fare da palestra. In quelle si allena un modo nuovo di stare nel ruolo: leggere meglio il terreno, scegliere il momento, sostenere una posizione senza irrigidirla, gestire il dissenso. Non c'è una palestra separata dal lavoro: la palestra è il lavoro stesso.

Cosa dipende dalla persona e cosa dal sistema

Un percorso utile aiuta a fare questa distinzione. Se una difficoltà nasce anche dalla configurazione del ruolo, dai rapporti di potere o dalla struttura organizzativa, può essere opportuno affiancare al coaching una lettura consulenziale del contesto. Non per dire al manager cosa fare in ogni situazione, ma per capire ciò che può modificare direttamente, ciò che può influenzare e ciò che deve imparare a gestire con lucidità. Senza questo passaggio, limiti organizzativi finiscono per diventare giudizi personali: l'accentramento si spiega con l'insicurezza, la fatica a farsi ascoltare con la comunicazione.

Se il nodo è anche organizzativo, il coaching da solo può non essere sufficiente. Si può lavorare sulla persona anche dentro un contesto imperfetto, senza attribuirle la responsabilità di correggere ciò che non controlla. Un manager troppo operativo, per esempio, può trattenere attività per abitudine oppure perché nessun altro è in grado di coprire il carico: prima di lavorare sulla sua difficoltà a delegare, va guardato anche il sistema che l'ha reso indispensabile. A volte il lavoro consiste nel chiarire il mandato con la direzione, o nel ripensare la delega a monte; altre volte, nel rendere il manager consapevole dello spazio che effettivamente ha, perché lo usi meglio.

Un obiettivo riconoscibile nel lavoro

Un obiettivo utile potrebbe essere affrontare una conversazione rimandata da mesi, sostenere una proposta davanti a stakeholder contrari o lasciare a un collaboratore una decisione senza riprendersela al primo errore. Sono cambiamenti osservabili, da leggere nel contesto reale, senza promettere un risultato identico per tutti.

Il percorso richiede disponibilità a mettere in discussione il proprio contributo alle situazioni, oltre a quello degli altri. Quando questa disponibilità c'è e il ruolo consente di agire, il coaching può accompagnare un cambiamento concreto. Quando il contesto chiede anche un intervento diverso, il lavoro riguarda insieme chi deve abitarlo e chi lo definisce.

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